L'unione fa la cura

Paolo Piga - Specialista in chirurgia d'urgenza e pronto soccorso

Ospedale di Circolo di Varese, ASST - Sette Laghi

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Nel recente passato, riferendomi a contesti estranei alla professione, è accaduto che sentissi la necessità di esprimere una riflessione su alcuni aspetti, estremamente comuni e condivisi, che caratterizzano la comunicazione e ne determinano frequentemente significative  anomalie.


Rileggendo tale riflessione, dopo una giornata di lavoro, ne ho colto la non indifferente rilevanza, se riletta e contestualizzata nell'ambito della pratica clinica.


Consideriamo ad esempio l'Anamnesi.  Non a caso viene definita, frequentemente, "intervista", oppure "raccolta" anamnestica.

Diremmo, invece, "Dialogo anamnestico"?  In effetti, accade che il paziente tenti di interloquire, ma tale azione "spezza" il ritmo di quello che per noi rappresenta lo strumento su cui si fonda l'approccio clinico. Di conseguenza l'anamnesi, come metodo standardizzato, non ha lo scopo di stabilire un "trait" comunicativo, ma quello di fornire al Medico elementi da inserire nella propria "griglia" conoscitiva, per poi essere processati e, unitamente all'esame clinico, permettere la formulazione di ipotesi diagnostiche. Gli interventi del paziente, vengono vissuti come una sorta di "incursione", un'azione di disturbo messa in atto da un "estraneo" che interferisce con un "rito" consolidato.

E' innegabile che il rapporto tra Medico e Paziente è costruito sulla "supremazia"  di chi padroneggia la conoscenza su chi ha la giustificata aspettativa che tale conoscenza produca la risposta e la soluzione rispetto alla domanda di salute. Ma è tuttavia mia convinzione che al fine di offrire soluzioni maggiormente strutturate e efficaci, sia necessario dare spazio al dialogo, all'ascolto e alla elaborazione dei pensieri generati dall'esperienza e dal contatto con la malattia. In sintesi, la soluzione che noi proponiamo non può essere come una sorta di "abito" a taglia unica. Deve essere formulata e strutturata in modo da essere il più possibile aderente al Paziente-Uomo/Donna ,nell'ambito di un rapporto che, ricordiamoci, rimarrà "esclusivo": sono il Medico di QUEL particolare essere umano, unico nella sua specificità .


Sottovalutare la rilevanza di tale necessità, significa incorrere nel rischio di incorrere in risultati che, seppure ottenuti applicando criteri scientificamente corretti, rischiano di essere penalizzati da un disagio "percettivo" da parte di chi, non comprendendoli e quindi non condividendoli, si limita a subirli, senza partecipare emotivamente e persino fisiologicamente allo "sforzo" tendente alla guarigione.


Per questo mi permetto di proporre una riflessione sviluppata riferendosi ad un contesto più "generale". Tuttavia mi è parso di scorgere una sorta di analogia tra il rapporto giornalista/intervistato e quello tra Paziente e Medico.  In entrambi i casi  l'interazione è tra chi pone "domande" e chi a tali domande risponde.  In questo consiste l'origine della distanza e della incomprensione che spesso separano le due figure. Poiché  l' "intervistato" risponde alla domanda, ma prescinde dalla personalità dell'intervistatore. Quindi non considera la necessità di rendere la propria risposta "fruibile" dell'ascoltatore. Allo stesso modo il Medico si confronta con la malattia, spesso prescindendo dal malato.        


Mi risuonano allora nitide e inconfutabili le parole che, giovane ed entusiasta Medico, un mio Maestro mi ripeteva:  "non guardare la lastra, guarda prima il paziente".

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