L'esercizio del comando

Paolo Piga - Specialista in chirurgia d'urgenza e pronto soccorso

Ospedale di Circolo di Varese, ASST - Sette Laghi

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Nell’affrontare questo argomento, corre l’obbligo di formulare alcune premesse. 

Quando, giovane ed entusiasta medico, iniziai la mia avventura professionale, lo schema gerarchico ed organizzativo vigenti  in un reparto ospedaliero, erano profondamente diversi. La catena di comando non si prestava ad equivoci. Il primario rappresentava (diciamo spesso, non sempre). Una figura carismatica, le cui decisioni erano inappellabili non solo limitate agli aspetti più strettamente logistico-organizzativi, ma estese alla gestione clinica, nella quale era indiscussa una superiore competenza. a “cascata” questo tipo di interazione si ripeteva nel rapporto tra aiuti anziani, aiuti, assistenti. per esempio appare emblematico il fatto che io mi rivolgevo ai miei aiuti utilizzando un rispettoso “lei”.  Proseguendo dall'alto in “basso”, la divisione dei ruoli e delle competenze tra medico e infermiere era definita da invalicabili barriere. Il rapporto era rigidamente formale. solo lunghe consuetudini, basate su lunghi anni di collaborazione, permettevano di infrangere tali limiti. Anche se era scontato che l’infermiere, con il quale avevi condiviso una birra la sera prima, in servizio, di fronte ai pazienti, riprendesse un ineccepibile atteggiamento formale.  

infine, ma questo e’ forse l'aspetto piu’ rilevante, la gestione economico-amministrativa e quella clinica, si svolgevano non dico in due mondi, ma praticamente in due universi distanti e inconciliabili. Il percorso che portava alla nomina di un primario, era sostanzialmente “off-limits”. per quello che, allora. era il “presidente” dell’ospedale. (fatti salvi “discreti” suggerimenti di “sponda” politica ma questa è un'altra storia….

 

Queste premesse di tipo “storico”, come ora vedremo, erano indispensabili per comprendere il contesto dell'analisi che segue.

 

La storia volle che sull'organizzazione sanitaria calasse, come una sorta di nave stellare aliena, il concetto di “aziendalismo”.

Ora, dando per acquisito che le mie opinioni siano le “mie” opinioni, i cambiamenti (oserei dire le “mutazioni”) indotti da questo nuovo modello organizzativo, ma, di più, “ideologico”, appaiono contrassegnate da raggelante evidenza. cerchiamo di individuarle schematicamente.

 

- L’azienda ospedaliera non è dissimile da una “monarchia assoluta”. Il “direttore generale” (da ora “dg”) esercita un potere illimitato e discrezionale, circondato da una corte (scusate, volevo dire “team”) composta da sudditi (scusate ancora, si intende “collaboratori”), le cui azioni sono determinate dalla compulsiva esigenza di compiacere al capo.

- Il target, il luminoso orizzonte, verso cui tende l’illuminato progetto aziendalista, è, fondamentalmente, il risultato economico. Il cui raggiungimento viene generosamente ricompensato dall’impero, che, a differenza di quello di “Star Wars”, non colpisce ancora: no, no. Colpisce persistentemente, senza alcuna soluzione di continuità…

- Le invasioni barbariche. Le orde aziendaliste hanno invaso le pacifiche lande ove si svolgeva l’attività clinica. il bottino umano, i pazienti, sono oggetto di famelica e scrupolosa attenzione.  Ad ognuno viene attribuito un valore, espresso in “drg” (denaro regionale garantito”. Volendo ridurre il tutto ad una crudele sintesi, potremmo suggerire il seguente schema operativo:

 

più è grave la tua malattia >>>> più rapidamente ti dimetto >>> più rapidamente ricovero un altro paziente grave come o, meglio, più di te >>>>> più drg accumulo!!!  Poi, guidato dalla mia superiore genialità, sai che faccio?  Riduco i posti letto!!!   Così scoraggio inutili ed ingenui avventori, la cui dotazione è limitata a qualche modesto drg vinto faticosamente accumulando punti sulla carta fedeltà di qualche discount. non rimane che inchinarsi con meraviglia innanzi alla geometrica potenza di tale disegno.

 

I primari (ora denominati “direttori di struttura complessa”… Forse con il sottile intento di sopprimere possibili tentazioni di prendersi sul serio, tipo “se sono primario vengo prima”… Chiamarli “secondari” sarebbe stata una inaccettabile concessione alla verità, che, per i monarchi da sempre rappresenta una fastidiosa imperfezione nell’esercizio della propaganda (errata corrige… Volevo dire comunicazione, non scomodiamo il termine “informazione” …).

Dicevo:  i “dsc” vengono scelti da sua maestà dg, nella sua assoluta discrezionalità, in quegli istanti illuminato da un fascio di intensa luce proveniente da qualche riflettore orbitale, mentre sul suo capo, misteriosamente, si forma una sorta di triangolo contenente un occhio… Il prescelto appartiene ad un ristretto numero di “ idonei” , così definiti da una commissione di sudd… Scusate, dsc ai quali, per generosa concessione, il dg ha concesso tale prerogativa… Per quanto riguarda questa indiscussa discrezionalità,  liberiamo subito il campo da maligne insinuazioni.  Solo il caso, nella sua imperscrutabile imprevedibilità, fa sì che spesso, salendo, dsc, dg, assessore alla sanità, presidente della regione, giochino nello stesso “golf club”... D’altra parte il golf è sport diffuso e richiede spazi importanti… Mica si possono fare campi individuali…. Che c'è, dai? … Capita di ritrovarsi…

 

Il dsc, trionfante ed appagato da tale “imprevisto” ( nda… I dsc non hanno nasi forniti da Geppetto), firma il suo prezioso accordo, insomma, contratto, sotto i benevoli occhi del dg:

- discrezionale

- privatistico

- a termine

- subordinato al raggiungimento di obiettivi aziendali

- oggetto di annuale valutazione

 

Per farla breve. Il dsc è il tipico modello di uomo “libero.  Il suo mandato è regolato da un contratto nel quale sono presenti tutti i presupposti perché possa esercitare il proprio ruolo in piena autonomia, senza vincolo alcuno, sfidando a testa alta la direzione strategica, se necessario. (In questo caso, però, è opportuno che avvisi la moglie che probabilmente tornerà a casa prima del previsto, e si concederà un lunghissimo e “volontario” periodo, diciamo, di “riposo”).

Insomma, il moderno dsc è veramente un uomo libero. basti pensare che non ha nemmeno l'obbligo di sapere fare il medico.

 

Gli infermieri. Innanzi tutto mi scuso per tale offensivo termine.  retaggio di un passato trascorso nelle brume di un mondo dove contava ciò che sapevi fare, più che ciò che il tuo titolo ti autorizzava a fare. Ora (squillo di trombe) si chiamano “professionisti delle professioni sanitarie”, diversi rivendicano il titolo di “dottore” (più prudentemente non rivendicano il diritto a firmare i referti). Sono facilmente riconoscibili, poiché’ spesso circolano sostenuti da un cuscinetto d'aria.  Inoltre sono propensi alla comunicazione confidenziale… Il “tu” diretto rappresenta il “brand” di appartenenti ad una generazione che tu, ingenuamente, tra le mura domestiche, identifichi come figli o, ahimè, spesso. Come nipoti. No. Questi non ti chiamano “nonno”, anzi… Se non ti affretti a esercitare le tue facoltà fascinatorie al fine di ottenere la loro collaborazione, ti ricordano con dovizia di particolari, cosa non devono o vogliono fare, e ti ricordano cosa devi fare tu. Segue rispettoso silenzio. Sono gestiti dal “coordinatore infermieristico”. Figura dotata di poteri soprannaturali, le cui esigenze, importante ricordare, prevalgono persino su quelle di un colon irritabile.

 

Infine una notizia sensazionale. Notizia che, per valorizzare adeguatamente, voglio inserire in un contesto di notizie inusitate.

 

- Non siamo soli nell'universo

- il viaggio nel tempo e’ possibile

- ricordiamoci che dobbiamo morire

- il teletrasporto e’ sul mercato. basta chiedere alla tim

 ed ecco infine la notizia.

I medici.  Non ci crederete. Ma in ospedale lavorano persino dei medici.

 

Concludo sperando che mi venga perdonata l'ironia che ha contrassegnato questa comunicazione.  Non vi era l'intento di colpire la sensibilità di alcuno. Anzi, spesso l’ironia cela una profonda stima. Ma cela anche delle verità amare che, sono sicuro, in molti condividete.

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