Il concetto di "uguaglianza" in medicina

Paolo Piga -Dirigente medico di 1° livello con incarico ad Alta Specializzazione

Image-empty-state.png
© Contenuto protetto

Siamo soliti affermare, quasi come una sorta di giustificazione non dovuta:  " I pazienti per me sono tutti uguali". 

Vorrei subito osservare come una affermazione di questo tipo, nella sua "genericità", appare, francamente, infelice.  

Infatti una delle abilità della professione medica, consiste proprio nell'identificare lo "specifico" del singolo malato. 

Consideriamo, allora, di modificare la precedente affermazione, al  fine di precisarne il senso.  "Io curo tutti i pazienti con le medesime modalità, senza distinzione alcuna". 

A questo punto urge una sorta di "nota dell'autore". Queste riflessioni non mirano ad una asettica "celebrazione" delle virtù che contrassegnano la nostra categoria. Mirano a superare i luoghi comuni, analizzando impietosamente i nostri limiti, le nostre debolezze. 

Entrambe le affermazioni sono estremamente distanti da quello che realmente è il nostro approccio.  

 

Non tutti i pazienti ci piacciono. Nell'ambito pubblico, certo, non possiamo sottrarci al nostro dovere di cura e assistenza.  Nell'ambito privato possiamo "selezionare" i pazienti, oppure accettare anche interazioni sgradevoli, alleggerite dalla parcella. 

Fino ad ora abbiamo considerato la qualità dell'interazione come un fatto individuale. Tuttavia non possiamo ignorare un elemento rilevante. 

 

Il Medico non opera avulso ed estraniato dalla realtà sociale. E la realtà sociale prevede diseguaglianza, disagio, emarginazione, privilegi, povertà, ricchezza.  Insomma, che ci piaccia o no, la società è divisa in classi. 

Siamo franchi.  Il nostro approccio nei confronti di un clochard  ubriaco e maleodorante, non è contrassegnato dalla medesima cortesia e attenzione che abbiamo rispetto , per esempio, ad un noto Avvocato .  Spesso accade che non solo l'atteggiamento formale sia differente, ma persino la scelta delle procedure che disponiamo al fine di gestire il problema clinico. 

Non modifica il quadro nemmeno il fatto che alcuni Medici scelgano di prestare la propria opera in situazioni di disagio. In questi casi entrano in gioco, potremmo dire, "gli effetti speciali": l'atteggiamento e l'approccio del Medico sono "uniformi"  poiché uniforme è la situazione. Inoltre entra in campo la "volontarietà": sei lì perché' hai scelto di esserci, quindi la tua disposizione è conforme. 

 

Mi rendo conto che una lettura di questo tipo, nella sua cruda ed esplicita, quanto impietosa analisi, sicuramente non mancherà di provocare obiezioni e proteste espresse anche con impeto e forse con un cenno di sdegnato rifiuto. Forse.  Come è anche vero che non bisogna ignorare coloro che svolgono la loro opera con impegno e dedizione, in qualsiasi contesto.  Ma ,come ho precisato, l'intento di queste riflessioni è quello di esplicitare le criticità. 

Quale potrebbe essere la strategia per correggere tali incongruenti e ,spesso, insuperabili attitudini? 

Un modo assolutamente differente di considerare e "pensare" quelle problematiche che rendono anomalo il rapporto con un certo tipo di pazienti. 

In un precedente articolo sottolineavo la forte valenza umanistica della professione medica. 

 

Bene. Noi non curiamo unicamente un soggetto sofferente per una patologia. Stiamo prendendoci cura di un Uomo, il cui disagio fisico rappresenta solo uno delle cause di sofferenza. Un uomo la cui vita spesso viene condotta in un contesto "patologico".  La forma patologica di quest'uomo è la sua malattia. Il degrado sociale e la diseguaglianza sono le malattie che provocano sofferenza e disagio nella comunità in cui vive. Nel curare quest'uomo, non possiamo ignorare questo dato. 

Un malato proveniente da un contesto difficile, è due volte malato.  La povertà non è frutto di un destino ineludibile. E' il prodotto di meccanismi sui quali è possibile intervenire.  

 

Finisco quindi esprimendo una mia convinzione: l'impegno e la consapevolezza sociale di un Medico sono rilevanti al pari delle sue conoscenze e abilità.  La povertà è una malattia intollerabile per chi coltiva l'ambizione di elargire cure e soluzioni nei confronti di quell'animale sociale che l'uomo rappresenta. 

Non possiamo permetterci l'indifferenza.  

Image-empty-state.png
Image-empty-state.png
Image-empty-state.png
Image-empty-state.png