Agire sull'intestino per curare i soggetti con Alzheimer

Giorgio Marcialis

Medico di Medicina generale

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Agire sull'intestino (o, meglio, sul microbiota intestinale) per curare il cervello? Sembra assurdo, ma la risposta è "Sì"! Le evidenze scientifiche di ciò che viene chiamato "asse intestino-cervello" (gut-brain axis) sono sempre più numerose. Una delle più recenti è stata pubblicata recentemente sulla prestigiosa rivista Nature ed illustra come l'assunzione di alcuni probiotici (microorganismi vivi che, se somministrati in quantità adeguata, apportano un beneficio alla salute dell'ospite) possa aiutare a rallentare la progressione della malattia di Alzheimer, una malattia neurodegenerativa descritta nel 1906 dal medico tedesco Alois Alzheimer (1864-1915) che porta alla graduale perdita di memoria, lucidità e capacità di giudizio. 


L’Alzheimer è caratterizzato, tra l’altro, da placche di una sostanza chiamata β-amiloide, che si accumula nel cervello, determinando atrofia cerebrale. Oggi non esistono ancora terapie in grado di curare questa malattia, se non in parte gli inibitori dell’acetilcolinesterasi (donepezil, galantamina, rivastigmina) ed un inibitore del recettore NMDA (memantina). L’unico modo per contrastarla è quello di cercare di rallentarne la progressione ed il peggioramento. Una strategia potrebbe essere quella di fare in modo di ridurre l’accumulo di β-amiloide e la formazione di placche cerebrali. Come fare? Un’idea potrebbe essere quella di agire sui meccanismi che portano alla formazione della β-amiloide. 


Ciò pare sia possibile grazie all’assunzione per bocca di probiotici mirati. Le evidenze scientifiche arrivano da una ricerca italiana realizzata all’Università di Camerino (MC). I ricercatori hanno, infatti, rilevato che, somministrando a topi con Alzheimer una miscela di probiotici chiamati SLAB51 - Lattobacilli e Bifidobatteri - si determina una modifica del microbiota intestinale di questi animali che genera una variazione delle sostanze prodotte da questi batteri. In particolare, aumenta la produzione di ormoni, quali grelina, leptina, GLP-1 e GIP, che esplicano un’azione protettiva per le cellule del cervello, contrastando la produzione di β-amiloide e la formazione di placche cerebrali. I ricercatori hanno anche effettuato dei test per valutare se la somministrazione di questi probiotici fosse in grado di determinare effettivamente una variazione delle funzioni cognitive dei topi. Sorprendentemente, ma coerentemente con quanto ci si attendeva, i topi che avevano assunto i probiotici avevano un miglioramento delle funzioni cognitive, avvalorando l’ipotesi che agire a livello intestinale produce effetti anche sul cervello. 


Certamente, e lo ricordo, si tratta di risultati ottenuti su animali di laboratorio, ma danno indicazioni piuttosto precise - dicono i ricercatori - sulla direzione che deve seguire la ricerca scientifica per arrivare a trattare la malattia di Alzheimer. Ad ogni buon conto, e senza sottovalutare la gravità della condizione di quanti sono affetti da queste patologie e dei familiari che li assistono (care-givers), prendersi cura della nostra salute significa anche far stare in salute il nostro intestino.

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